Quando abbiamo iniziato a confondere l’intensità con la guarigione?

Non so se anche tu hai notato la stessa cosa.
Da qualche tempo, sui social, mi capita di vedere sempre più video di donne che, durante retreat o percorsi di crescita personale, urlano, tremano, piangono in modo incontrollato o vivono reazioni corporee molto intense, quasi estatiche.
Altre danzano a seno nudo intorno al fuoco o raccontano di orgasmi vissuti nei cerchi come esperienze spirituali, attraverso i quali sarebbero riuscite a riconnettersi con la propria energia femminile. In alcuni contesti possono entrare in gioco anche sostanze psicoattive, che possono intensificare ulteriormente l’esperienza.
In alcuni contesti vengono utilizzate anche sostanze psicoattive per intensificare ulteriormente l’esperienza.
E proprio quando entrano in gioco queste sostanze, credo sia importante chiedersi, caso per caso, se il loro utilizzo sia davvero la scelta più adatta per quella persona o se, in determinate circostanze, possa comportare più rischi che benefici.
Ma spesso mi ritrovo a farmi la stessa domanda:
Da quando abbiamo iniziato a credere che, per essere profonda, la guarigione debba essere anche spettacolare?
Ci tengo però a precisare una cosa importante. Questo articolo non è contro i cerchi di donne. Non è contro il breathwork o contro il tantra.
E non vuole mettere in discussione le esperienze corporee intense.
Non dubito che, per alcune persone, esperienze di questo tipo possano essere profondamente significative e trasformative.
Quello che mi fa riflettere è un altro aspetto.
Sui social vediamo quasi sempre il momento più intenso di un'esperienza.
Il momento in cui qualcuno urla.
Il momento in cui il corpo trema.
Il momento in cui qualcosa sembra crollare.
Quello che vediamo molto meno è ciò che accade dopo.
Come vive quella donna tre settimane dopo?
Come affronta un conflitto?
Riesce a mettere dei confini con più consapevolezza?
È cambiato davvero qualcosa nella sua quotidianità?
Perché, per me, è proprio lì che inizia il vero processo di guarigione.
Non necessariamente nel momento più intenso.
Ma nella vita che viene dopo.
Per molto tempo anch'io ho pensato che più un processo appariva intenso, più profonda dovesse essere la trasformazione.
Ma quando guardo alla mia esperienza personale, mi accorgo che i cambiamenti più importanti della mia vita sono avvenuti in modo sorprendentemente silenzioso.
Non attraverso urla.
Non attraverso tremori.
Non attraverso un momento eclatante in cui improvvisamente tutto si è risolto.
Sono magari da una decisione.
Da una presa di coscienza.
O attraverso lacrime che nessuno, tranne me, ha mai visto.
Oggi non credo più che possiamo misurare la profondità di un processo di guarigione da quanto sia visibile o intenso agli occhi degli altri.
Forse le trasformazioni più grandi sono proprio quelle che nessuno nota.
Perché non avvengono su un palcoscenico.
Avvengono dentro di noi.
Nel prossimo articolo voglio affrontare una domanda che mi accompagna da tempo:
Quando abbiamo iniziato a trasformare la femminilità in una performance?




Commenti